Mi sono sempre ritenuto una persona prudente, ma negli ultimi anni sono successe tante cose, quindi ho cominciato a dubitare con forza sempre maggiore di questa apparente sicurezza e ad affilare un occhio sempre più critico nei confronti dei miei processi decisionali.

Quella che sembrava ragionevole prudenza si è rivelata qualcosa di molto più complesso, problematico e difficile da comunicare: un epifenomeno silenzioso che emerge dal costante lavorio di un enorme e vorace motore nascosto alla vista, in un vano tecnico a cui per molto tempo non ho avuto accesso nemmeno io. Ora, almeno, riesco a sentire i rumori al di là della parete.

Ho provato a sintetizzare tutto in un paio di capoversi, ma la verità è che non c'è metafora da sola che possa rendere l'idea, quindi ho fatto correre le dita sui tasti ed ho provato a spiegarmi un po' meglio nelle prossime righe.

nagato typing

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Chissà, magari qualcuno si ritroverà nelle mie parole.

Manie tassonomiche

Con l'immagine del motore, cercavo di suggerire che di base, al contrario che dalla prudenza, mi sono scoperto animato da una grande impulsività; se qualcuno mi chiedesse di rappresentarne l'andamento su un grafico, scarabocchierei continui spike che fanno su e giù, picchi di desiderio con obiettivi anche parziali, smozzicati, ma che mi muovono a pensare senza riposo: scrivere quel saggio, leggere quel libro, incontrare o chiamare un amico, studiare per l'esame, programmare uno strumento che mi aiuti nello studio e poi convogliare le informazioni su tutte queste attività e comunicarle, da cui il desiderio di gestire un blog la cui tassonomia si può sempre migliorare, cosa che mi porta a desiderare di mettere in discussione la precedente gerarchia di contenuti, comprare una lavagna nuova per fare spazio a questi schemi ecc. in un flusso irrefrenabile di pensieri che spesso e volentieri si scoprono anche parzialmente contraddittori tra loro, come onde che si infrangono sullo stesso scoglio da angoli casuali.

cowboy bebop terminal

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Ogni esperienza potenzialmente significativa, ogni riflessione potenzialmente interessante, ogni connessione potenzialmente prolifica... tutto ciò mi scorre davanti come fanno le stringhe di testo su un terminale, e proprio come informazioni le interpreto, chiedendomi se meritino d'essere tabulate, perciò scandagliate ed esaminate al fine di comprendere cosa sia possibile migliorare, estendere e quindi comunicare agli altri in un continuo scambio di significati ed idee che, chiaramente, non ho il tempo o le risorse cognitive per mantenere; né mai potrei averlo. Bisognerebbe sdoppiarsi, cosicché uno dei due me stessi sia lasciato vivere e l'altro osservare.1

Inerzia e propagazioni

Capita spesso che io mi senta così tanto sovrastato da questa marea di impulsi da finire col farmi immobilizzare per ore, fisicamente incapace di muovere un muscolo; mi guardo intorno, penso che dovrei almeno cenare oppure rimettermi a studiare per l'esame che si avvicina, ma non sono in grado di direzionare le mie energie, le sento insufficienti per affrontare tutto questo. Il risultato, per chiunque si trovasse ad osservarmi da fuori, è che alterno momenti di lavoro intenso votati alla realizzazione di uno o più degli obiettivi prefissati in contemporanea a periodi in cui, invece, l'inerzia ha la meglio e fatico persino a soddisfare i requisiti minimi per gli obiettivi essenziali.

Una adeguata rappresentazione di questo mareggio è offerta da un piccolo progetto botanico che mi ha conquistato qualche poco più di un mese fa: dopo aver duplicato per talea molte piante aromatiche, ho segnato i trattamenti su un quaderno degli esperimenti, le ho monitorate ogni giorno, le ho fatte crescere fino ad occupare interamente un tavolo accuratamente esposto ai quantitativi ottimali di luce ed umidità; finché, un giorno, all'improvviso, non sono più riuscito nemmeno a cambiare l'acqua ai vasetti: non sapevo come fare, c'erano altre priorità, non era mai il momento.

Pur restando seduto in un'altra stanza a pensare alla necessità di un travaso o di una cura, ho lasciato che molte morissero una dopo l'altra, secche davanti ai miei occhi. Come mobilitando indirettamente le braccia attraverso un esoscheletro della ragione dai movimenti maldestri, ho cercato di salvare le piantine più caparbie e robuste, su cui avevo riposto tante speranze per esperimenti futuri. In questi giorni ancora lotto con me stesso per mantenere in vita almeno una delle piantine di basilico; eppure, mentre scrivo non ho ancora trovato la via giusta per travasarla; come mai?

Esoscheletro General Electric Vintage

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Non riesco, non so come impiegare materialmente le mie mani per raggiungere questo obiettivo. Anche solo una frazione delle operazioni che per oltre due settimane ho eseguito con solerzia mi appare adesso insormontabile. Vado a letto e mi chiedo se anche l'indomani seguirà lo stesso corso: di solito, il cambio di rotta arriva all'improvviso, grazie ad un imprevedibile innesco capace di riallineare esecuzione e strumento, come se mi ricordasse la maniera esatta di maneggiare strumenti già addomesticati in passato. Il problema è che non è nelle mie facoltà saper predire quando e se mai quel momento arriverà: se domani, fra un mese, o tre mesi, o l'anno prossimo; perciò, nel frattempo non potrò fare altro che percepire sulle spalle la responsabilità del travaso in sospeso e continuare a subire le intrusioni mentali di prefigurazioni future, di immagini d'appassimento, mentre mi occupo d'altro e mi chiedo perché mai io abbia lasciato questa piccola, semplice, veloce operazione alle mie spalle: ne soffro, come immagino soffra il folto apparato radicale in un vaso ormai troppo stretto. Come la piantina di basilico, così gli altri progetti della mia vita.

Atomizzare il desiderio

Ho realizzato solo di recente che se gli altri, da fuori, non si rendono conto della disarmante pervasività della mia sommersa impulsività, è perché fin da piccolo ho imparato a convogliare i frequenti fiotti di desiderio all'interno di un atomizzatore mentale, che li diffrange radialmente in tante piccole gocce (o particelle), come in uno spray-dryer della volontà.

Sta a me (ai miei sforzi corticali) isolare ed analizzare queste gocce singolarmente; per ognuna di esse chiedersi: «si sposa bene con l'obiettivo generale di oggi? di questo mese? di quest'anno?». Se la risposta a queste domande è inequivocabilmente "no", lascio che l'impulso si disperda e passo al prossimo (o ci provo). Ma una simile inequivocabilità non si palesa spesso e molte giornate procedono tra mille incertezze e tentativi, finché le energie non si esauriscono del tutto, finché c'è tempo per analizzare ancora una goccia.


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Tendenza che ricorda la via del Logos occidentale, della ragione aristotelica, che sicuramente già in tenera età si è intrecciata alle mie forme a priori (perdonate il kantismo). Se da un lato è vero che osservo con occhi analitici, d'altra parte ho sempre provato fascinazione per il pensiero taosita e Zen, che si collocano senza alcun dubbio sul versante opposto, se non necessariamente in termini ontologici, per lo meno dal punto di vista estetico. Negli anni, spesso mi sono chiesto quanto radicalmente sia il caso d'opporsi all'imperativo tassonomizzante che mi muove, ma non è certo per una forma di autopercepita superiorità che mi trovo sospeso tra le due filosofie, anzi, al contrario. I miei ragionamenti e le mie piccole soluzioni a questo dilemma (ed al conflitto tra necessità della prassi e verità) non sono certo materia per una piccola nota, quindi conto di approfondire presto in un'altra sede.

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