Di tanto in tanto qualche personaggio in vista spara un'idiozia di carattere tecnico del tutto insostenibile e questo scatena piccoli polveroni di tweet in cui ognuno dice la propria. Alcuni attaccano il personaggio di turno col tono più caustico che riescono a partorire, altri invece scelgono di dire la propria sul sistema scolastico, intendendo che la sua impostazione avrebbe portato allo sfacelo culturale del paese. Per costoro il problema finisce per non essere più colei o colui che adopera volutamente il linguaggio tecnico in maniera scorretta poiché questo modo di comunicare risulta palesemente vantaggioso per il consolidamento della propria narrazione politica, assolutamente no; il problema diventa d'improvviso l'arte, il latino, la storia antica.

Le materie umanistiche, infatti, sarebbero un ostacolo perché "inutili"1 e perché sottrarrebbero tempo alle più "utili" economia, finanza, diritto, nonché a materie scientifiche di vario genere in base ai gusti personali del commentatore. Bisogna sfatare questo inossidabile mito borghese ricordando a tutti che la scuola non deve essere "utile" e che non si tratta dell'equivalente burocratizzato e statale della bottega del falegname.

Non ci si dovrebbe mandare il figlio perché impari un mestiere, anche perché al giorno d'oggi la scuola non riuscirebbe a dare questo tipo di competenza neanche volendo, dato che le tecnologie e le esigenze di mercato evolvono molto in fretta, troppo in fretta perché delle istituzioni così distribuite, centralizzate e quindi lente come quelle scolastiche reagiscano alle innovazioni con la dovuta flessibilità: questo non è più il Novecento, che ci piaccia o no.

Le scuole devono insegnare all'uomo come leggere la realtà da varie angolazioni: è importante che il cittadino sappia interpretarla dal punto di vista naturalistico (e quindi fisico, scientifico), ma è altrettanto importante che acquisisca una prospettiva critica sulla componente culturale e sociale: studiare il latino, per esempio, può agevolare la comprensione della lingua che adoperiamo giorno dopo giorno, quindi illuminare dinamiche del pensiero che resterebbero altrimenti oscure. Le parole determinano il confine del nostro modo di pensare e quindi del nostro mondo.2 Le parole delineano un immaginario, evocano narrazioni collettive e ci inducono ad agire in un modo o in un altro: conoscere l'origine della parola e del pensiero, riuscire ad individuare dei punti di contatto tra le costruzioni mitologiche antiche e moderne, sapere come orientarsi tra le vicende della storia umana sono tutte prerogative fondamentali al fine di coltivare uno sguardo critico sulle meccaniche del pensiero personale e collettivo.

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tenendo bene a mente che il concetto di "utile" è in questi casi da intendersi in senso funzionale al profitto, quindi in ottica lucrativa 2: Parafrasando Wittgenstein, che affrontava questo tema ormai un secolo fa (e non era certo uno avverso alla logica o alla matematica)